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martedì 8 luglio 2008

Premio "Brillante Weblog"


Ho ricevuto questo premio dal fedelissimo lettore Bussisotto,
e colgo l’occasione x ringraziarlo!

http://farmacoultravioletto.splinder.com


Cosa significa Brillante Weblog?

Brillante Weblog viene assegnato a siti e blog che risaltano per la loro brillantezza sia nei temi che nel design e il suo scopo è di promuovere
tutti nella blogosfera mondiale.


Regolamento:

1. Al ricevimento del premio, bisogna scrivere un post mostrando
il premio e citare il nome di chi ti ha premiato mostrando il link del suo blog.

2. Scegli un minimo di 7 blog (o di più) che credi siano brillanti
nei loro temi o nel loro design. Esibisci il loro nome e il loro link e avvisali
che hanno ottenuto il Premio Brillante Weblog.

3. (Facoltativo) Esibire la foto (il profilo) di chi ti ha premiato e di chi
viene premiato nel tuo blog.


Ecco i miei magnifici sette:


AlanMancuso.com

The Brainfuckers

Bussisotto

Fascination Cinema

Nuovo ringhio di Idefix

Recensioni Libere Cinema Musica Libri

XXX Aprile DCCLII A.C.

giovedì 3 luglio 2008

Aspettando "Ken il Guerriero - La leggenda di Hokuto"








Ci mancava solo il film di Ken Shiro.


Come se in questo periodo non fossi già abbastanza malinconico.




Sarà perché l’università sta finendo e mai mi sono trovato bene
come in questo ultimo anno...
sarà che ho scoperto due gruppi musicali (i Seether e gli Staind)
e sono rimasto colpito dai loro testi, così come mi era accaduto
per i Linkin Park (diciamolo: testi tutt’altro che allegri)...
sarà che ho conosciuto una persona splendida e la distanza
(e non solo quella) ci separa...
saranno tante altre cose…


Sarà che l’altra sera era tardi, facevo zapping davanti alla tv
prima di andare a dormire, dò un’occhiata a Coming Soon Television
a vedere se qualche trailer riesce a risvegliare l’entusiasmo
come era successo solo per 300, e vedo facce conosciute:
Ken, Raoul, Toki, Shu, Sauzer…
Era tardi, pensavo di essermi fatto un bel (bellissimo) sogno.




Un film su Ken? Nooo, impossibile.


Invece non stavo dormendo.


Sarà che da dicembre quando ho scritto il post-nostalgia su Dragon Ball, tante cose sono cambiate… io ad esempio sono cambiato.


Sarà che sono fatti miei e non penso vi interessino, e non ha senso annoiarvi con queste inutili riflessioni.


Ma Ken il Guerriero… non può che farmi venire in mente tanti ricordi. Bei ricordi. Ricordi d’infanzia.
Sono cresciuto con quel cartone. Se mi chiedessero quali ore vorrei rivivere della mia giovinezza (eh sì, oramai sono vecchio…) sicuramente chiederei di tornare a quando ingenuo e spensierato mi sedevo davanti
alla tv in attesa di assistere alle imprese del mio adorato eroe.


Un eroe dannatamente triste e malinconico.
Mi sono sempre un po’ rivisto in lui (ma io non sono un eroe…).




Ho adorato quel cartone. Impossibile non affezionarsi a tutti i personaggi.
Un cartone pessimista. Pieno di maschere tragiche, nessuna felice.
Né i buoni, né i cattivi.


Quello di Ken Shiro è un mondo governato da soprusi.
Dove l’unica “cura” è la violenza. Non c’è molto spazio per i sentimenti.
Il compito di Ken, come dice il fratello Toki, è “trasformare le lacrime
in sorrisi
”. C’è un solo modo per raggiungere l’obiettivo: usare la tecnica
di combattimento della Divina Scuola di Hokuto.


Ho fatto un giro sul web per qualche informazione in più
(anche perché non ci credevo ancora) venendo a conoscenza della trama del film: l’opera ripropone il combattimento tra Ken Shiro e Sauzer,
(uno dei più belli del cartone, ah Sauzer… il mio cattivo preferito!),
mostrato però dal punto di vista del fratello maggiore Raoul.
Ma ad essere sincero non ho voluto sapere altro.




Martedì prossimo ho l’ultimo esame della sessione estiva.
In questi giorni farò ancora un ultimo sforzo, poi voglio andare a vedere
il film con la testa libera da pensieri.


Mi porterò una tonnellata di fazzoletti dietro, so che mi verrà voglia
di piangere.


martedì 10 giugno 2008

Recensione: Saw 3 - L'enigma senza fine


Genere: horror
(maxi splatter)


Regista: Darren Lynn Bousman


Stati Uniti 2006



Il gioco dell’enigmista continua.
Questa volta la pedina si chiama Jeff,
padre di un bambino ucciso, un uomo assetato
di vendetta. Perdonerà chi gli ha causato del male? E riuscirà a salvare sé stesso???







Penserete: ma che tempismo perfetto… già da un po’ nelle sale c’è il quarto episodio e questo qui recensisce ancora il terzo… e io vi rispondo:
bé, qualche problema?


Battute a parte, la stessa cosa era più o meno successa quando recensivo
il sequel del primo (geniale) Saw - L’enigmista (nel mio vecchio blog, quello di Tiscali). In quel periodo sul web non si faceva altro che parlare del terzo capitolo, un film che ha spaccato il pubblico. Non ho avvertito
la necessità di andare al cinema per assistere all’esibizione
di macelleria gratuita. A un anno di distanza non ho cambiato idea.


Mi ricordo poi di un’intervista al regista letta
sulla rivista Horror Mania. Darren Lynn Bousman sosteneva che la sua fonte d’ispirazione
era Cannibal Holocaust.
Accidenti, ha proprio sparato in alto.


Se l’obiettivo era eguagliare o superare la violenza del film di Deodato (forse) la missione si può definire conclusa con successo, ma riuscire
a “disturbare” il pubblico come fa il più celebre
dei cannibal movies è un’impresa impossibile. Perché, lo ripeto, CH lascia un segno.
Questo Saw semplicemente non ci riesce. L’unico motivo di interesse
di questa saga è oramai la violenza, abbastanza gratuita, attraverso la quale
si mira a scioccare il pubblico. Ma io credo che solo qualche sprovveduto alla ricerca del brivido facile possa spaventarsi di fronte a tale scempio, per chi è patito di horror tutto quello splatter non fa poi così tanto effetto.





E’ qui il punto. Non conta tanto QUANTA violenza viene rappresentata, ma COME viene rappresentata. Questo Saw è un contenitore di violenza abbastanza estrema, solo quello. Oramai il messaggio lanciato nel primo film (certe persone non sanno apprezzare il dono della vita) ha lasciato spazio all’esibizione di (lasciatemelo cmq dire: geniali) scene di tortura.





Il problema è che quindi tu pensi: adesso vado al cinema a vedere Saw
e voglio scoprire che cosa si sono inventati per fare morire le persone. Questo non rientra nel mio concetto di horror come divertimento.


Come vi ho detto qualche riga fa le trovate del regista sono malate
e sadiche il giusto, però sono dell’idea che a furia di puntare “in alto”
poi si rischia di cadere precipitosamente. Prima o poi le idee vengono
a mancare, e si rischia il ridicolo. Sotto questo punto di vista il film fortunatamente “si salva”. Ma la sensazione di dejà-vu è lì che incombe, dietro l’angolo.


E qui mi ricollego al quarto capitolo. Sappiamo benissimo quello che avviene nei primi cinque minuti (lo ammetto: non ho resistito alla curiosità e ho visto il trailer). Ora mi chiedo: cosa tireranno fuori nel capitoli 5 e 6? Non so cosa succede nel quarto episodio, comunque cercherò di vederlo prossimamente, non mi sento di giudicarlo senza averlo visto,
non sarebbe corretto.




Se vogliamo spezzare una lancia a favore di questo terzo capitolo dobbiamo ancora una volta sottolineare che la trama è sufficientemente complessa, quasi tutti gli enigmi trovano una risposta adeguata ma (purtroppo, eccheppalle) alcune faccende rimangono in sospeso.
Immagino che la stessa cosa accada nel quarto capitolo.


Un altro problema è questo: non uno, dieci, cento ma mille interrogativi. Troppi. A più della metà otteniamo la risposta nel corso del film,
per i restanti… attendere prego, il sequel è in lavorazione.
E sai già che pure il sequel seguirà questo canone, divenendo forse
una (noiosa) catena di Sant’Antonio, con miliardi di percorsi che alla fine
temo che neppure regista e sceneggiatore ci capiscano più niente.
Ma finché gli incassi saranno ottimi, il gioco vale la candela.


Cosa resterà quindi di questo terzo capitolo oltre all'ultraviolenza?
La magnifica locandina, e gli splendidi wallpapers scaricabili
dal sito ufficiale del film.










Come avrete notato questa volta ho fatto il percorso inverso:
di solito prima parlo della trama e poi ci rifletto un po’ su.
Stavolta è accaduto il contrario. Diciamo che mi andava di dibattere
con voi sul tema dell’horror contemporaneo.


Anche qui non si deve generalizzare: ad esempio ho trovato REC
un ottimo prodotto (avevo scritto una bella recensione ma come vi avevo detto è andata perduta causa morte della memoria usb che la conteneva).
Più che altro mi lascia un po’ perplesso il successo di queste pellicole
(vedi anche Hostel e tanti altri orribili copioni che non ho nemmeno
il coraggio di nominare) e sentire dire certi giovani “questo è vero horror”.
No, questo non è horror.
Io oramai mi definisco un horror nostalgico. Questione di gusti.


Basta con le polemiche. Veniamo alla trama.


Jigsaw sta male. Molto male. Al suo fianco c’è Amanda, oramai sua fedele discepola-assistente.




La malattia lo sta divorando, e forse non gli permetterà di assistere
al suo ultimo "gioco".
Di conseguenza organizza il rapimento di una dottoressa, Lynn Denlon,
il cui compito sarà prolungare di qualche ora la vita del nostro malaticcio enigmista, pena la sua morte. Amanda pone sul collo di Lynn un collare con delle cartucce: il dispositivo è collegato alla frequenza cardiaca
di Jigsaw, e se il suo cuore si dovesse fermare i colpi di fucile
ucciderebbero Lynn.




Il protagonista del gioco questa volta è Jeff. E’ un padre sconvolto
dal dolore: suo figlio è stato investito e ucciso, e da quel momento nutre
un sentimento di astio e desiderio di vendetta nei confronti non solo dell’investitore, ma anche del giudice (che ha emesso una sentenza
troppo mite) e di una testimone oculare che non ha testimoniato.
Avrà modo di incontrarli nel suo cammino, e dovrà scegliere
tra il soddisfare la furia vendicatrice oppure optare per il perdono.




Non mi sento di dirvi altro, perché poi la trama si complica
e tra i personaggi in gioco ci sono dei legami che all’inizio del film
non si conoscono (ma, credetemi, si possono intuire quasi subito).


Rimane, purtroppo, la sensazione di già visto. Questo è un bel problema. Apprezzo lo sforzo del regista di tentare di stupire in continuazione ma, insisto a costo di diventare ripetitivo, l’unico motivo di interesse di questo film sono le scene splatter. Decisamente sadiche e perverse. Forse geniali. Però, ripeto, anche nelle scene di tortura si ha l’impressione di assistere
a una minestra riscaldata. E’ un’impressione personale, ma sono convinto
di non essere l’unico ad avere provato questa sensazione.


Per farla breve:


Il prodotto cade all'interno della letale morsa della serialità, la quale, come accaduto per horror cult del calibro di Nightmare e Venerdì 13, prevede per i vari sequel del capostipite soltanto l'amplificazione dell'elemento di spicco, quindi la violenza”. (fonte: FilmUP);


Le dinamiche appaiono un pò logore, tardive, ad effetto
(fine a sè stesse)
” (fonte: Splattercontainer).



Ricapitolando penso che questo film possa piacere agli appassionati
dello splatter, credo che possa soddisfare i seguaci della serie
mentre non ha senso guardarlo se vi siete persi i primi capitoli.
Consiglio a questi ultimi di recuperare il primo geniale capitolo:
un gioiellino.


Per quanto riguarda la mia opinione su questo terzo Saw non so francamente cosa dire, confrontato con il primo non regge il paragone, mentre se messo faccia a faccia con il secondo… probabilmente merita
la sufficienza.
Io tutto sommato mi sono abbastanza divertito.


Voto Finale: 6 (una sufficienza scolastica perché l’enigmista
rimane comunque una delle icone horror più affascinanti)





Scheda dell'IMDb



martedì 3 giugno 2008

Recensione: Masters of Horror - Dance of the Dead (Tobe Hooper)



Genere: horror fantascientifico
(poco splatter)


Regista: Tobe Hooper


Stati Uniti 2005



In un mondo devastato
dalla Terza Guerra Mondiale
e con la popolazione decimata
dalle armi batteriologiche,
bande di teppisti vagano in cerca
di sangue umano su commissione
di un losco figuro che utilizza il plasma per animare le serate del suo locale,
il Doom Room.






Non ho voglia di ricominciare ad annoiarvi dicendo quanto
sono impegnato in questo periodo, e bla bla bla.
Nel frattempo mi sono tolto un esame tosto (24).


Ho trovato un attimo di quiete e mi sembrava doveroso concludere
un discorso che era rimasto aperto da un po’ di tempo: le recensioni
degli episodi della prima stagione della serie
Masters of Horror.
L’episodio diretto da Tobe Hooper mi mancava. Ho colmato questa lacuna (Dio benedica l’adsl).


Dalle grigie opinioni lette sul web non credevo di essermi perso granché,
e invece questo rimarrà tra gli episodi preferiti.
La sceneggiatura dell’episodio è stata scritta da Christian Richard Matheson, il figlio del grande Richard Matheson, ispiratosi a un racconto del papà.


La vicenda è ambientata in un futuro nemmeno troppo lontano da noi.


Il mondo è in rovina. La popolazione è stata decimata dalle armi chimiche utilizzate
nella Terza Guerra Mondiale. Regna il caos.
Bande di delinquenti si aggirano nelle strade deserte alla ricerca di sangue. Il perché sarà presto svelato. Nel Doom Room, il locale più “in” della città, l’attrazione principale è la Danza della Morte. Cadaveri di giovani e avvenenti ragazze vengono rianimati
mischiando il sangue fresco con una sostanza utilizzata in guerra,
e vengono costrette ad esibirsi in macabri balli per la gioia
dei presenti in sala.





Facciamo però un passo indietro. Peggy lavora
in un piccolo ristorante con la mamma. Il papà è morto,
e pure la sorella. E’ una ragazza angelica,
distante anni luce dalle giovani che affollano
il Doom Room, ed è proprio questa sua “innocenza” che la rende attraente agli occhi di Jak, uno di quegli sbandati di cui parlavo prima. Uno sbandato però dal cuore d’oro.


Tra i due ragazzi, così lontani nel modo di essere e di vivere,
scatta l’attrazione. Peggy “si lascerà andare” ed imparerà quanto possa essere allo stesso tempo divertente e crudele la vita.
Vivrà una notte che non dimenticherà mai, che la cambierà per sempre.




Sono stato abbastanza vago nella trama ma non sono in vena di spoiler.


Parte degli spettatori ha detto
di trovarsi di fronte ad un prodotto commerciale. Non sono d’accordo. Certamente la “confezione”
(intendo dire la regia) del prodotto cerca di essere piuttosto accattivante,
e strizza l’occhio sia a

Saw - L’enigmista
che ai videoclip
di
MTV. Questo crea in molte situazioni confusione e senso di fastidio.
Ho cercato però di andare oltre alla superficie del prodotto,
cercando di estrapolarne qualche riflessione.


L’impressione personale è che Hooper esponga un po’ troppa carne
al fuoco. Il tema della famiglia, del divertimento estremo,
della guerra sono concentrati in meno di un’ora.


Non è certamente un episodio ottimista. Hooper ci parla di scheletri nell’armadio. In un mondo a pezzi nemmeno la famiglia appare più
come un rifugio sicuro. La mamma iperprotettiva e all’apparenza
punto di riferimento nasconde un terribile segreto.


L’angelica Peggy si lascia trascinare dal divertimento estremo.
Scoprirà quanto può essere dura la vita, e cambierà per sempre,
gettandosi alle spalle l’innocenza che la caratterizza nelle prime scene dell’episodio. Hooper ci dice che questa società è corrotta, malata
e marcia: se vuoi sopravvivere ti devi adeguare.
Non c’è spazio per l’innocenza e l’ingenuità.


L’episodio critica anche la filosofia
del mondo dello spettacolo secondo
la quale “the show must go on”.
Come già detto l’attrazione principale del Doom Room è l’esibizione
di cadaveri rianimati.
Tristi fenomeni da baraccone.
Lo spettacolo deve andare avanti
ad ogni costo, non ci sono limiti
alla decenza, alla morale, al buon senso. Alla pietà.
Una volta sfruttati a dovere i corpi vengono gettati in un cassone
e carbonizzati (la scena più tragica e disturbante del film).




Infine Hooper (questo è forse il messaggio più chiaro) rivolge uno sguardo al futuro.
Penso si rivolga soprattutto al suo presidente, criticandone l’indole guerrafondaia.
La guerra non porta nulla di buono.
Le scene del bombardamento sono angoscianti,
fanno ancora più impressione se si considera
che la ricostruzione cinematografica semplifica quello che accade nella realtà.


La riuscita del film (sì, parlo di riuscita, malgrado molti non saranno d’accordo) è anche merito di tre ottimi interpreti.
Jessica Lowndes, l’attrice che interpreta Peggy, è credibile nei panni
della ragazza semplice ed ingenua.
Anzi, vi dirò di più: esteticamente e caratterialmente Peggy
è la mia donna ideale. Forse chiedo troppo. Ma questi poi in fondo sono fatti miei.




Jonathan Tucker porta in scena un personaggio controverso.
E affascinante: i tipi come lui fanno perdere la testa a qualsiasi ragazza.
Jak è un teppista, ma a differenza del “compagno di merende” Boxx,
è decisamente più gentile e sensibile. Sotto sotto è un ottimo ragazzo,
ma si è dovuto adeguare alla feroce realtà che lo circonda.


Ma la scena è dominata dall’immenso Robert “Freddy Krueger” Englund, che nei panni del proprietario del Doom Room tira fuori il meglio
del repertorio, regalandoci un personaggio dal fascino perverso.




In conclusione credo che questo episodio potrebbe piacere a chi è poco pratico con l’horror, mentre probabilmente farà storcere il naso
a chi con il genere ha più confidenza.
Suggerisco comunque a tutti di guardarlo.



PS: avrei potuto esser più breve e riassumere il tutto in quattro righe. Prendo a prestito le parole di KinemaZOne, un utente del forum Axnet.it che ha scritto nella sua recensione:


Quello di Hooper è horror al 100%: irriverente, scorretto e blasfemo quanto basta a non offendere più di tanto le coscienze degli spettatori
e contemporaneamente a sfuggire al "taralluccievinismo" che incombe sempre sulle produzioni blockbuster
”.



Voto Finale: 8



Scheda dell’IMDb



Masters of Horror: il sito ufficiale della serie



martedì 13 maggio 2008

Il Cagliari è salvo - La vittora della testa e del cuore


Il Cagliari è salvo.


Dopo una rimonta che sa molto di leggenda i miei amati alfieri rossoblù hanno conquistato una strameritata salvezza.



Ma facciamo un salto indietro.
Cosa scrivevo in un post datato 15 gennaio 2008?


Sul campionato in corso c’è poco da dire… siamo la barzelletta
del campionato.
Sinora.
Io spero in un’inversione di marcia.

Se i ragazzi mi sentissero direi loro “Sono sempre al vostro fianco, l’importante è che ce la mettiate tutta. Se si deve andare in B pazienza,
ma l’importante è combattere con il coltello tra i denti.

Non siamo tanto più scarsi di altre formazioni di A!
Grinta, carattere, cuore: onorate questa maglia rossoblu!!!



Evidentemente i calciatori del Cagliari seguono questo mio blog.
Scherzo, ovviamente, però… hanno messo in pratica le mie parole,
che poi non sono altro che le richieste di tutti i tifosi che hanno seguito sempre e comunque la squadra.



A gennaio la situazione era nera, quasi disperata.


Purtroppo la seconda avventura di Giampaolo si è rivelata un mezzo flop, la squadra pur giocando bene non concretizzava, e di fronte a una minima difficoltà crollava.
La sconfitta interna con la Sampdoria è stato il punto più basso
della stagione. Anzi no. Il peggio doveva ancora arrivare.


L’ennesimo ritorno di Sonetti non ha sortito gli effetti sperati, tutt’altro… la squadra è sprofondata nel baratro, zero gioco, zero motivazioni,
lo spettro dell’ultimo posto (malgrado fossimo appena a metà campionato) aleggiava pesantemente.


Poi è arrivato Lui.




Questo signore ha allenato il Cagliari per una breve parentesi
qualche anno fa, ma non ha avuto molta fortuna.
Era subentrato a Arrigoni (che a sua volta aveva sostituito Tesser, esonerato dopo una giornata!), la squadra giocava benino,
ma non c’era verso di mettere la palla in rete.
Questo signore fu allontanato. A malincuore.
Cellino dentro di sé sentiva che gli doveva una seconda chance,
perché tutto sommato la prima non se l’era giocata poi così male.


E poi, in fondo, chi avrebbe potuto prendere le redini di una squadra
che oramai già a gennaio sembrava allo sbando?
Lui ha accettato. Del resto era comunque un treno sul quale
valeva la pena salire.
Niente da perdere e tutto da guadagnare.



Passati quattro mesi definire la sua avventura positiva è dire poco.
Un miracolo sportivo è stato compiuto.


Un partenza fiacca, ko con Udinese e Reggina. Umore sempre più nero.
Eppure quest’uomo ha sempre predicato calma, tranquillità, serenità. Equilibrio.
Tutti lo prendevano per matto. Il suo ritorno non era stato accolto positivamente dai fan rossoblù.
Vorrei vedere tutti quei tifosi (erano davvero tanti) che sul sito del Cagliari l’avevano criticato e insultato, ora, cosa penseranno.
Anch’io in alcune occasioni non mi sono trovato d’accordo
con le sue scelte tattiche, con la gestione dei cambi.
Ma i fatti gli hanno dato ragione.



Finita la partita di Udine se n’è andato in punta di piedi, lasciando la scena e gli applausi ai suoi ragazzi.




E’ un successo di tutti, questa salvezza.


Dei giocatori, innanzitutto.


Ci hanno creduto sino in fondo. Con il cuore e con la testa.
La folle vittoria con il Napoli ha dato la scossa. Da lì si è capito
che questa squadra poteva ancora dire la sua.
Il resto lo ha fatto il mister, con il suo equilibrio e la sua preparazione delle partite.


I ragazzi ci hanno regalato partite memorabili.
La vittoria con il Napoli, appunto, il pareggio (che ci stava stretto)
in casa della Juventus, le sudate vittorie contro Genoa e Lazio,
i preziosi sei punti contro Torino e Atalanta, il pareggio (stretto)
contro la Samp, le vittorie con Livorno (poteva finire in goleada, anche qui invece abbiamo sofferto fino all’ultimo secondo),
Empoli (abbiamo finito in nove uomini…), Fiorentina e infine Udinese,
la chiave che ha spalancato la porta della salvezza.


E’ anche merito della società.
Si può criticare Cellino per la gestione del mercato, per come silura allenatori e dirigenti in un batter d’occhio, però è indiscutibile
che a questa squadra lui sia affezionato.




Gli acquisti del mercato estivo all’inizio hanno deluso, ma con il passare
del tempo hanno prodotto frutti.
Acquafresca e Matri si sono rivelati giocatori di ottime qualità,
Parola si è inserito alla perfezione nei meccanismi di centrocampo,
Fini ha trovato continuità di rendimento nella seconda parte della stagione, Larrivey purtroppo non ha mostrato quasi nulla, ha buttato via
la sua occasione, chissà se ne avrà un'altra, per Shala meglio interpellare
Chi l’ha visto
.
Foggia, croce e delizia di questa stagione (più croce), non mi ha convinto per niente. Peccato, aveva iniziato bene il campionato, poi sappiamo tutti cos’è successo… il posto da titolare lo ha perso, e l’ha ritrovato
in poche occasioni. Da un giocatore delle sue qualità ci aspettavamo
un altro campionato. Auguro anche a lui una seconda chance.


Il mercato di riparazione ha lasciato un po’ perplessi: solo quattro acquisti, Capecchi, Cossu, Jeda e Storari. Sembravano quasi uno scherzo.
La squadra aveva bisogno di un mezza rivoluzione, dal momento che
tutti i giocatori in rosa sembravano spenti e demotivati.
Questi quattro uomini sembravano davvero poca cosa di fronte all’impresa che si doveva compiere per salvarsi. Scalare l'Everest.


Ma in fondo è bastato un solo uomo: Davide Ballardini.
Ha rimesso a posto le cose.




La difesa, resa più sicura dall’innesto di Storari in porta, è diventata
quasi un bunker.
Pisano e Ferri sulla destra, Agostini e Del Grosso sulla sinistra, Bianco, Canini (finalmente ha mostrato cosa sa fare, da quando gli infortuni
lo hanno lasciato in pace il suo rendimento è stato notevole),
il grande vecchio Lopez e Magliocchetti (ottima la prova con il Torino) hanno reso difficile la vita anche agli attaccanti più pericolosi.


Il centrocampo affidato a Biondini (impressionanti le ultime prove),
Conti (leader indiscusso), Cossu (finalmente esploso, ha giocato
con una maturità e un’intensità notevoli), Fini (grande Jolly) e Parola (l’uomo d’equilibrio) ha garantito allo stesso tempo fisicità e fantasia.

Acquafresca è stato il bomber della salvezza, ma non va dimenticato
quello che hanno fatto Matri e Jeda, il folletto che ha dato all’attacco quell’imprevedibilità che purtroppo Foggia ha garantito a intermittenza.
Di Larry ho già detto.


Allenatore, società, squadra.


Mancano i tifosi. Quelli veri. Che hanno sostenuto la squadra
sempre e comunque. Nella buona e cattiva sorte.




Grazie a tutti


Ma, lasciatemelo dire, un grazie particolare
a Davide Ballardini.


Sempre e comunque forza Cagliari.




lunedì 5 maggio 2008

... per la serie "spariamo sulla Croce Rossa" ...



Che non fosse un periodo di relax lo si era capito.
Una, al massimo due recensioni pubblicate a settimana.

Ma non bastava il poco tempo libero, no.
Ci si è messa anche di mezzo la sfiga.

Dico sfiga perché la memoria usb che conteneva le ultime recensioni preparate (Bubba Ho-Tep, Feast, Il Presagio e REC,),
per dirla come il comico di
Zelig, si è svampata.

Dal momento che questi film li avevo visti un po’ di tempo fa,
e le recensioni quindi non erano proprio freschissime, non mi sento
in tutta onestà di riscriverle.

Magari li rivedrò in futuro, e provvederò a rimediare
a questo scherzo del destino.

Sorry.

martedì 22 aprile 2008

Recensione: Cane di paglia



Titolo originale: Straws Dogs


Genere: drammatico


Regista: Sam Peckinpah


Stati Uniti 1971



Un matematico americano si trasferisce
nella campagna inglese con la moglie.
L’ambientamento nel nuova realtà
non è facile: gli abitanti del paese non sono campioni di buone maniere...
L’uomo subisce in silenzio, ma quando alcuni di questi assediano la casa, si difenderà
con ogni mezzo.










I cani di paglia accettano silenziosamente
il proprio destino, supinamente
e senza lamentarsi mai.
A volte però i cani di paglia prendono fuoco.




Cane di Paglia non è un film facile.
Arancia Meccanica
non è un film facile.
Tutti e due hanno in comune l’anno di uscita, il 1971, e il tema trattato:
la violenza. Vista da due punti diversi: dal lato della vittima
(in questo
CdP) e dal lato del carnefice (in AM).


Dire che un film non è facile… è un’affermazione un po’ vaga.
Cerco di spiegarvelo con parole mie. Questi film non sono
puro intrattenimento. Non sono distrazione. Se avete due ore libere
e volete rilassarvi… non vi consiglierei Cane di Paglia. Questo non toglie che si tratti di opere che hanno segnato la storia del cinema.


Questo film l’ho conosciuto
grazie ancora una volta
alla segnalazione della rivista

Horror Mania
.
Nell’angolo dell’approfondimento
si trattava del “rapporto” tra uomo comune e violenza.
David Summer è un uomo comune.
Un uomo medio. E’ sì intelligente,
ma anche un po’ goffo ed impacciato.
Con la bella moglie si trasferisce in un paese della campagna londinese. L’ambientamento della coppia nella nuova realtà non è facile.
David è poco incline a socializzare, ma del resto gli va dato atto
che i compaesani non sono certamente esemplari dal punto di vista dell’educazione.


David e Amy possiedono una villa ed un casolare che va ristrutturato:
ad effettuare i lavori ci pensano alcuni operai fra cui Charlie Venner,
che anni prima aveva avuto un flirt con Amy. David subisce senza reagire
i dispetti degli operai che non perdono occasione per denigrarlo.





C’è un limite di sopportazione. Accendete la tv e ascoltate un tg qualsiasi: molte persone si incendiano per poco. Se fai le corna per un sorpasso,
se freghi un parcheggio, se l’arbitro ti fischia un fallo contro.
Ma il limite di David è molto in là, all’orizzonte. Lontano, molto lontano. Ma gli eventi lo spingeranno a raggiungerlo.


Gli operai lo invitano ad una battuta
di caccia. Ma è solo un pretesto.
David viene abbandonato
e i suoi compagni trovano qualcosa
di più divertente da fare (non mi sento
di dirvi cosa).


David e la moglie vengono invitati ad una festa organizzata dal reverendo
del paese, ma il clima non è di quelli più felici. Amy è turbata,
qualcosa di grave è successo, e David ne è all’oscuro.
I due abbandonano la festa e si avviano verso casa.


Nel frattempo Henry Niles, un ragazzo disturbato mentalmente si apparta con una ragazzina, Janice, e inavvertitamente causa la sua morte.
I parenti della giovane la cercano, e Henry si dà alla fuga, quando viene investito da David che con la moglie sta rientrando a casa.
David, ignaro di quanto è appena accaduto, decide di portare Henry a casa per curarlo in attesa del dottore. I parenti, venuti a sapere che Henry
è stato soccorso da David, si recano dalla villa del nostro protagonista
ed entrano con la forza. David non ci sta e prende le difese di Henry,
ed invita con fermezza (finalmente, era ora!) i balordi ad uscire.


Il momento clou sta per arrivare. I balordi uccidono accidentalmente
il commissario del paese, valicando un punto di non ritorno.
Oramai hanno perso il controllo (anche a causa dell’alcol).
Non hanno più niente da perdere, e decidono così di mettere
a ferro e fuoco la casa di David.





Il nostro timido professore di matematica non ha più scelta:
se tiene alla propria sopravvivenza e a quella della moglie (perchè stavolta c’è in ballo la vita), deve adeguarsi alla situazione. Trasformandosi in una macchina di morte.
Non c’è scelta, il limite di sopportazione è stato valicato, e non si può più tornare indietro. David, sinora così composto e insicuro, diverrà uno spietato animale. Deve difendere il suo territorio.





Questa più o meno chiaramente è la trama del film.


Cane di Paglia è un film lungo, ma lungo non vuole dire assolutamente noioso. Certamente Peckinpah sfrutta il tempo a disposizione per costruire un’atmosfera malsana, lugubre, di sottile angoscia, pessimistica.
Di fastidio
.
Il ritmo “decolla” solo negli ultimi minuti.


La riuscita del film è merito anche
delle efficaci recitazioni.
Spicca ovviamente Dustin Hoffman, assolutamente credibile nei panni dell’uomo con poca personalità. Grande interpretazione, davvero.
Susan Gorge, oltre ad essere
una ragazza bellissima, è a suo agio
nei panni di una donna che definire
ambigua è dire poco. Per motivare questo aggettivo dovrei rivelarvi qualche particolare della trama troppo importante, date un’occhiata al film e capirete.





Il suo è un comportamento a tratti deciso, a tratti arrendevole, una donna né forte né debole: insomma una donna insicura, quasi come il marito.
Ma non si possono dimenticare i rozzi e beceri paesani che rendono la vita del nostro David un inferno. Persone così esistono ancora oggi, soprattutto nei piccoli paesi.


In conclusione, la parabola che possiamo estrapolare dal film
è la seguente: in un mondo dominato dalla prepotenza l’unica ancora
a cui aggrapparsi per non lasciarsi sopraffare è la violenza.
Siete liberi di essere d’accordo o meno, ma io ci credo abbastanza.


PS: il film è tratto dal romanzo “The Siege of Trenchers’s Farm
di Gordon Williams.



Voto Finale: 10



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