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mercoledì 5 marzo 2008

Recensione: Masters of Horror - Imprint (Takashi Miike)



Attenzione: alcuni dei contenuti
di questa pagina potrebbero disturbare
la sensibilità di chi legge.


Genere: horror
(molto splatter)


Regista: Takashi Miike


Stati Uniti/Giappone 2006



Il giornalista americano Christopher torna in Giappone
per raggiungere la sua amata Komomo
(una prostituta)
e portarla con sé in America.
La ragazza però non c’è.

Sarà un’altra prostituta
a raccontare quello che è successo. Una verità agghiacciane.





video



Ecco un altro di qui film che hanno fatto molto parlare di sé.
Oddio, non è un film vero e proprio, un mediometraggio
da un’oretta scarsa, ma tanto basta per dare “scandalo”.


Mi ricordo benissimo di qualche anno fa quando sfogliando un quotidiano avevo letto della presentazione a Torino di un film horror “estremo”.
Non mi sono mai più tolto quel titolo dalla mente, chissà perché.
Sapevo che prima o poi l'avrei visto.
I film forti mi incuriosivano allora che non ero patito dell’horror, figuriamoci oggi (vedi Cannibal Holocaust)!


Quel film era ovviamente Imprint, l’ultimo episodio dell’interessantissima serie Masters of Horror.


Qualcosa negli USA era andato storto. Dovete sapere che ai 13 registi
era stata concessa piena autonomia e libertà creativa:
pensiamo all’episodio diretto da Joe Dante, per fare un esempio, Homecominhg, uno spietato atto d’accusa all’attuale governo Bush…
o al festival dello splatter di Jenifer del nostro Argento.
Ma i conti non tornavano… in effetti erano stati trasmessi “solo”
12 episodi, il tredicesimo (sbaglio o in America il numero 13 porta sfiga?)
era stato “censurato”. Si è deciso di non mandarlo in onda.


Sto parlando di Imprint.
Perché?


Conoscete Miike? Io ho visto
solo Audition, e mi è piaciuto (trovate qui la recensione).
E’ un autore geniale, senza alcun dubbio, che non guarda in faccia nessuno. E’ un autodidatta, si è fatto le ossa lavorando sodo e applicando le (poche) conoscenze apprese frequentando la prestigiosa Yokohama Vocational School
of Broadcast and Film
.
E' entrato nel giro lavorando
per show televisivi fino ad esordire
nei primi anni novanta alla regia
di film a basso budget.
Di strada ne è passata dagli esordi. Gli aggettivi su di lui oggi si sprecano.


Quest’uomo ha talento da vendere. Ma anche qualche rotella fuori posto… è solo una battuta, però devo dire che la sua immaginazione
è molto perversa, e ben si addice al mondo dell’horror.
A dovere di cronaca va detto che in questi anni si è cimentato
anche con film di azione (sulla yakuza), fantasy per famiglie
(perdonatemi ma proprio non riesco ad immaginarmi un film per famiglie diretto da Miike!), dramma, satira grottesca, commedia, road movie, adattamento di manga, western e pellicole… indefinibili.


Il lavoro più famoso in occidente è Ichi the Killer, un festival
dello splatter. Film consigliabile solo a spettatori che abbiano un po’
di dimestichezza con la violenza e il sangue.
Prima o poi lo vedrò anch'io e vi farò sapere.


Miike è un regista Libero. Notate la elle maiuscola. Fa quello che vuole. Non è possibile imporgli dei vincoli. Ama rimescolare le carte
(spesso nei finali dei suoi film, e Imprint non fa eccezione)
e spaziare tra diversi generi.




Mi sembrava doveroso dire qualcosa su questo regista fuori dagli schemi.
Tutto ciò che ho detto l’ho estrapolato dalla rivista Horror Mania,
che ogni mese dedica due-tre pagine alla biografia di grandi registi/attori.


So che oramai avete l’acquolina in bocca… vi chiederete:
ma quando inizia la recensione?


Vi accontento subito.


Prima mi sembra doveroso approfondire un po’ la trama,
ché nell’introduzione è sempre un po’ scarna.


Cristopher è un giornalista americano. Tempo fa in Giappone
ha conosciuto Komomo, un prostituta, e se ne è innamorato.
Komomo, malgrado il mestiere porti a pensare male, è un angelo.
E, ovviamente, è invidiata dalle altre prostitute.




Ora Cristopher è tornato, fermamente deciso a portarla con sé per regalarle
una vita felice, la vita che Komomo merita. Ma della ragazza non c’è traccia.
Nel gruppo delle prostitute ce n’è una
che se ne sta in disparte, ed è maltrattata da tutti. Sarebbe pure bella, se il suo volto non fosse sfigurato.
Cristopher decide di passare la notte nel bordello, e gradisce la compagnia di questa emarginata.
Chissà, forse lei sa dove è finita Komomo.




Infatti Chris ci ha visto giusto. La prostituta sfigurata è stata accolta
molto male nel bordello da tutti (definita "mostro"), tranne che
dall’angelica Kimono, che si è dimostrata una vera amica.
E’ proprio lei a comunicare a Cristopher la notizia che mai avrebbe
voluto ricevere: Komomo è morta. Si è impiccata. Non ha resistito all’attesa del ritorno dell’amato.


Cristopher cade nello sconforto.
La prostituta racconta la sua sfortunata vita, le difficoltà dei genitori,
la madre che si vede costretta a venderla, il continuo e sofferto peregrinare tra squallidi bordelli… ma soprattutto narra la tragica fine di Komomo. O meglio, quello che è successo prima del suicidio. La ragazza, così gentile e disponibile con tutte, è stata tradita vigliaccamente dalle sue “colleghe”. La punizione è stata esemplare.
Qua il ritmo piuttosto basso (ma per niente lento) dell’episodio si impenna notevolmente: i cinque minuti di tortura sono di una ferocia inaudita.
Non entro nei particolari.




Ma Cristopher non è del tutto convinto: il racconto della prostituta sfigurata non lo convince…lui vuole certezze…
e la verità avrà.
A caro prezzo.
La ragazza continuerà a raccontare mezze verità, ma quando si deciderà
a “vuotare il sacco”
(scusate l’espressione un po’ rozza)
Cristopher assisterà ad uno spettacolo che non dimenticherà mai.
La sua mente rimarrà segnata. Per sempre.


E qui termina la descrizione un po’ più accurata della trama.


Uno la può leggere e pensare: beh, dov’è ‘sta violenza? Tutto ‘sto casino per cinque minuti? No, non correte. Innanzitutto basterebbero i cinque minuti di tortura. Ma Miike va oltre. Decisamente oltre.


Imprint parla anche di incesto.
Ma soprattutto l’esposizione
(ripetuta e dettagliata) di feti abortiti
è probabilmente il “sorpasso del limite”
che ha “impedito” la messa in onda dell’episodio. In effetti su Sky mentre gli altri 12 episodi sono stati trasmessi regolarmente alle 21:000 (VM12 e VM14), l’episodio di Miike è stato mandato in onda alle 23:15 (VM18).
Non parlo del mostro bicefalo perché in questo contesto appare
quasi grottesco, ed è l’ultimo dei fattori che fa “paura”
(anche se la sua comparsa è molto inquietante, bisogna ammetterlo).


Dunque, da quello scritto sinora mi chiederete: Imprint è un festival dello splatter gratuito a buon mercato? O c’è qualcos’altro
che contribuisce a renderlo un film da vedere, nel senso che lascia qualcosa allo spettatore (oltre alla scene violente, quelle entreranno
nella vostra memoria e non usciranno più, sebbene penso che in giro
ci sia molto peggio), qualche riflessione?


Opto per la seconda risposta.


Intanto dal punto di vista estetico il film sfiora la perfezione.
Io ho adorato l’immagine delle girandole mosse dal vento.
Esteticamente superbo, va almeno visto per la bellezza delle immagini. Fate così: magari guardate i primi minuti, poi arrivati alla tortura…
lasciate perdere.
Dal punto visivo questo film è, e non sto esagerando, uno spettacolo,
una gioia per gli occhi.




Forse questa è l’ennesima trovata geniale di Miike: colori così caldi, poetici e immagini così forti, Una contrapposizione efficace. Mi viene in mente Cannibal Holocaust, in particolare l’abisso tra le dolci musiche
di Riz Ortolani e la ferocia delle immagini.
Ma Imprint non è CH. CH confronto a questo film è una spacconata,
una cafonata. Imprint probabilmente è arte. E’ poesia.
Una poesia mostruosa, drammatica, angosciante, agghiacciante, feroce, brutale, una fiaba nera. Ma, ripeto, ha un tocco di poesia.




Miike probabilmente con questo suo lavoro vuole riflettere
sulla società odierna. E non è una visione ottimistica. Tutt’altro.
Imprint è la testimonianza del trionfo incontrastato del Male. Dell’innocenza annientata (in alcuni casi ancora prima della nascita,
parlo degli aborti), corrotta. L’Inferno non è una realtà astratta,
un luogo che si può raggiungere dopo la morte (come dice il monaco buddista alla giovane protagonista sfigurata). No, l’Inferno è la terra. L’Inferno è qui. Il Paradiso? E cos’è?
Non c’è posto per il Bene, il Male trionfa e prevarica sempre e comunque,
e sono proprio le persone migliori a dover subire le atrocità peggiori.


In questo senso Imprint è un elogio al pessimismo.
Il film è strutturato come un “pozzo senza fondo”.
Vi spiego meglio il significato di questa metafora.
La notizia della morte della povera Komomo (la visione delle torture
subite è una pugnalata al cuore dello spettatore) è già di per sè atroce. Potrebbe bastare così. Invece no. Ci sono troppe carte ancora coperte, troppe menzogne. Pian piano le carte in tavola si scoprono,
e la verità emerge. Questo film è un precipizio, nel senso che non c’è limite al dolore, alla tragedia, alla sofferenza: all’orrore. Ogni segreto del quale
il povero Cristopher viene a conoscenza è di volta in volta peggiore,
non c’è limite al dramma.


Come da consuetudine Miike negli ultimi secondi rimescola le carte in tavola,
e getta qualche ombra sul passato
di Cristopher; questo è e rimane comunque un mio dubbio,
che ho riscontrato anche in altre recensioni: forse… forse.
Non c’è certezza. E se… non si potrà mai sapere.



La caratteristica veramente disturbante di un piccolo capolavoro
come Imprint non è da ricercare nelle impressionanti scene di tortura,
nei feti sanguinanti o nei mostri bicefali, bensì (come capitava anche
ne
La Cosa di Carpenter) in quell’aura di mefitica predestinazione
che avvolge l’intero episodio.
Imprint funziona per Miike da cartina di tornasole di una società
(quella contemporanea) nella quale non c’è più speranza per nessuno
e dove i valori (personali o pubblici che siano) sono scomparsi
sotto la pressione di un cupo pessimismo che l’estro visionario
del regista giapponese rende esplicito e quasi palpabile
”.



Questo è quello che dice Paolo Zelati nella breve recensione di Imprint sulla rivista HM (nelle stesse pagine dove ho preso la biografia del regista).
Sono d’accordo. Posso sottoscrivere tutto.


E qui veniamo alle conclusioni personali… l’episodio mi è piaciuto.
Tanto, poco? Sicuramente è uno dei prodotti più estremi che abbia visto, ma non sono rimasto particolarmente turbato. Forse ho sottovalutato
il mio limite di sopportazione (ma non è che abbia intenzione
di metterlo alla prova), forse la violenza di questo prodotto è talmente vicina alla realtà che non mi fa più “effetto” niente… ma questi in fondo sono affari miei e non credo che vi interessino.


L’episodio comunque mi ha colpito (positivamente), e lo consiglierei
a chi… mah… se siete pessimisti lasciate perdere, questo film
potrebbe darvi il colpo di grazia… anche se rimane comunque “finzione”... dal punto di vista estetico dovrebbero vederlo tutti gli appassionati
di cinema, perché è un gioiellino… io vi ho messo in guardia
riguardo al contenuto e alla violenza mai come in questo caso esplicita,
poi siete grandi e vaccinati e saprete voi se questo Imprint vi può piacere
o no, vero?


Per quanto riguarda il voto… mi trovo seriamente in difficoltà.
Giudicare un lavoro di Miike credo non sia mai cosa facile.
Audition
si è beccato un bel 9.
Questo Imprint resta qualcosa di mai visto… a volte, per giudicare
un film, mi chiedo: se adesso, in questo esatto momento, l’avessi
tra le mani, lo guarderei un'altra volta? , senza ombra di dubbio.


Merita il massimo dei voti. Perché è un film che lascia il segno.
Ed è quello che vuole il regista.




Voto Finale: 10



Scheda dell'IMDb


Masters of Horror: il sito ufficiale della serie

9 commenti:

Anonimo ha detto...

Bussisotto:
ciao mitico amico mio!!
Voglio la recensione su the fog :o)))))

Marco300 ha detto...

penso di poterti accontentare domani pomeriggio

san ha detto...

Miike ha spaziato in lungo e in largo per tutti i generi ma, fidati, il suo tocco è sempre presente.

..e, quando ti capiteranno i suoi film sotto mano, non potrai fare a meno di guardarteli tutti, uno dopo l'altro.

Marco300 ha detto...

sono curioso di vedere Ichi the Killer... promette scintille!

Anonimo ha detto...

sarò in ritardo di un paio d'anni.....
Ho visto questo film alle 4 di una notte insonne di qualche mese fa (su rai uno mi sembra) spettacolare!! fotografia e ritmo che mi hanno ricordato Hero di Zhang Yimou (per me capolavoro).
Non terrificante ma inquietante (che credo sia l'emozione "peggiore" che possa lasciarti un film horror). Non so se voto dieci ma forse....si...credo che mi rimmarrà impresso per sempre quindi è da voto 10!
Complimenti per la recensione! Veramente complimenti!

Marco83 ha detto...

Grazie...

kikkispini ha detto...

la tua recensione mi incuriosisce non poco...cosa mi consigli: provo a guardare il film? meglio di no...me lo racconti tu? attendo istruzioni, MAESTRO..

Marco83 ha detto...

Non ti suggerisco di guardarlo... ho la memoria corta a proposito di questo film ma su una cosa sono certo: è meglio che lo eviti... se vuoi ti racconto quello che mi ricordo!

kikkispini ha detto...

accidenti...almeno questo speravo di potermelo concedere..almeno, fin quando non inizia la parte 'dura'... allora, attendo mail con raccontino..quel che ricordi basta..almeno, dimmi perchè è meglio che non lo veda..
(uffa..nella vita prossima voglio essere assolutamente impassibile davanti a quello che guardo! voglio reincarnarmi in un vaso di ceramica!!!!)