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venerdì 18 gennaio 2008

Recensione: Il Capo dei Capi



Genere: fiction drammatica


Regista: Sergio Monteleone/
Alexis Sweet


Italia 2007



Tutta la vita di Totò Riina: dalle umili origini alla scalata al potere,
fino alla caduta con l'arresto nel 1993.





video





Il Capo dei Capi
è stato uno degli eventi televisivi di maggiore successo nel 2007
Mi sembra doveroso dire due parole su questa fiction trasmessa
per sei giovedì sera su Canale 5.


Diciamo che non guardo molto la Tv, anzi, più volte su queste pagine
ho criticato i prodotti e i protagonisti del piccolo teleschermo.
Ok, non facciamo di ogni erba un fascio, non è tutto debuttare, però…
io la tv non la guardo, o la guardo poco, punto e basta.


Anche con questo prodotto l’approccio non è stato dei migliori;
del resto per un fanatico della saga del Padrino avvicinarsi
con un po’ di diffidenza era forse inevitabile.


Per fortuna il mio scetticismo è stato spazzato via dalla solidità della storia e dalle capacità degli attori protagonisti.


Innanzitutto la storia è al 90% vera, quindi mi è stato possibile
fare un "ripasso" di almeno mezzo secolo di storia italiana.


Un doveroso plauso va rivolto all'intero cast, composto per la maggior parte
da attori di teatro siciliani.

La qualità già di per sé buona del prodotto
è poi elevata anche dalle interpretazioni efficaci dei due protagonisti indiscussi:
il boss Salvatore Riina, interpretato da Claudio Gioè, e il carabiniere Schirò, interpretato da Daniele Liotti.
Si tratta di due corleonesi, cresciuti insieme, che hanno scelto
strade diverse.
Quali strade è facile immaginare.


Il personaggio di Schirò è inventato, così come
i suoi familiari.
Qualcuno ha criticato l’introduzione di questo personaggio di fantasia. Gli autori hanno giustificato
la sua presenza come un ideale omaggio alle persone sconosciute, rimaste nell’ombra, che hanno detto no all’illegalità e si sono opposti alla malavita rischiando
la loro vita e quella dei loro cari.

Io voglio credere nelle buone intenzioni degli autori, del resto
il personaggio di Schirò è importante, ma fino a un certo punto.
E’ fuori dubbio che l’attore Daniele Liotti sia riuscito a dare un’intensa carica umana a quest’uomo tenace e incorruttibile, che mai si è piegato
di fronte allo strapotere della delinquenza e all’omertà (per non parlare
del favoreggiamento) delle persone che avrebbero dovuto combatterla.
La sua sembra una battaglia persa; alla fine il suo desiderio si avvererà,
ma quanti sacrifici umani sono stati necessari? E’ un “vincente”?
Diciamoci la verità: lui è rimasto in vita solo perché lo hanno deciso
gli autori, nella realtà le cose sarebbero andate diversamente.


Dall’altra parte c’è il boss, interpretato
da Claudio Gioè, un attore che francamente
non conoscevo. Giudico ottima la sua interpretazione perché ci ha regalato un uomo semplice, concreto, un contadino, un premuroso marito e padre di famiglia ma soprattutto
uno spietato boss. Un boss con un filo
di umanità: pur ordinando numerosi omicidi
si rende conto, a differenza dei suoi sicari
che trovano quasi divertente il loro lavoro,
della tragicità di quei gesti. “Ammazzare un cristiano” non è una cosa semplice, e, lo ribadisce più volte ai suoi uomini, non è “divertente”.
Ma è necessario quando qualcuno intralcia i loro affari.
Questo, ovviamente, non lo giustifica.


Riina non è un uomo futile che bada
al superficiale: a differenza degli altri boss
(in particolare quelli palermitani)
che spendono i loro guadagni in macchine, orologi, ville imponenti, dipinti, sculture, non dimentica le proprie umili origini,
e nel tempo libero si dedica all’orto.
Il lusso non fa per lui.
Per la sua moglie e per i figli sì,
loro devono avere il meglio, ma lui appare quasi fuori posto. Il potere è più appagante del denaro.


La vita di Riina è stata bagnata dal sangue. Degli altri. Degli avversari.
Che siano stati dalla parte della legge (magistrati, poliziotti delle scorte, politici)
o meno (capimafia ostili), hanno pagato
la loro opposizione con la vita.


Nelle ultime puntate hanno avuto maggior risalto le vicende umane
di Falcone e Borsellino, che hanno "sottratto" spazio alla figura del boss.
E’ indiscutibile come i loro sacrifici abbiano contribuito in maniera determinante a dare una scossa alle coscienze, a dire “basta!”
una volta per tutte.
La fiction rende omaggio anche alle altre vittime: il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, Boris Giuliano, Ninni Cassarà, Rocco Chinnici,
Antonino Caponnetto solo per fare qualche nome.
Molto malinconico e toccante il brindisi che Schirò
e il commissario Mangano dedicano a queste vittime nell’ultima puntata. Un elenco interminabile di nomi.


Il Capo dei Capi è un prodotto esplicito: nel linguaggio e nella violenza. Ed è una violenza davvero cattiva e cruda, perché sappiamo bene
che quegli omicidi sono avvenuti per davvero; non si tratta di finzione,
ma di storia, purtroppo. Questo è orrore vero.


La serie ha fatto registrare ascolti record: secondo me è un buon segno.
Quantità non sempre vuol dire qualità (vedi reality) ma stavolta penso coincidano. Mi auguro che questa fiction sia servita ai più giovani per conoscere qualcosa di più sulla storia recente
del nostro paese, per conoscere i gesti efferati di questi criminali ma anche (e soprattutto) i valorosi sacrifici
delle persone che hanno rinunciato alla loro vita per il bene comune.


Alcuni dibattiti si sono scatenati sull’utilità
di questo prodotto: ben fatto, per carità, ma non
si rischia di rendere mito la figura di un criminale?
dubitano alcuni. Soprattutto se la vita del boss viene confrontata con la difficoltà di vivere
un'esistenza onesta.


Schirò ne è l’esempio più lampante.
La moglie vorrebbe fuggire, per il bene
della famiglia, ma il coraggioso poliziotto rimarrà, e sarà testimone di numerose stragi. Perderà i suoi amici, uno ad uno.
Ne valeva la pena? Visti i risultati, sì.
Ma come ho detto prima Schirò nella realtà non avrebbe vissuto così a lungo.


I giovani di oggi riusciranno a capire? A giudicare?
Ho letto da qualche parte che nelle scuole in Sicilia i ragazzini scimmiottavano Riina, utilizzando il linguaggio dei suoi picciotti.
Non so se sia vero, temo di sì, questo fa riflettere.


Ci fa riflettere perché oggi viviamo in una società malata, e la mafia oramai è solo uno dei tanti mali. Quindi i giovani opteranno per la strada dell’onestà o si “arrangeranno” come possono? Non ho risposta.
Penso però che il quadro sociale, mafia a parte, sia desolante.


I politici sono incollati alle poltrone, se le passano ogni tanto,
ma tutto rimane invariato, e per i giovani entrare in politica
e portare entusiasmo e nuove idee è difficile;
è un paese dove delle persone si riuniscono a centinaia e mettono a ferro
e fuoco una città se un magistrato decreta la retrocessione della loro squadra di calcio, mentre fanno finta di niente se un giudice consente
a un figlio di p****** che ha investito e ucciso quattro ragazzi
di scontare la condanna in un residence con vista sul mare;
è un paese dove altri figli di p****** consentono a quell’assassino di prima di fare il testimonial di una campagna pubblicitaria;
è un paese rincoglionito dai reality, con un pubblico che prova attenzione morbosa nei confronti di delitti come Perugia, Cogne, Erba, Garlasco, manco si trattasse di Beautiful (tra l'altro alcuni rimasti senza colpevole: complimenti alla nostra giustizia!);
è un paese dove ladri che si spacciano per banchieri rubano soldi,
poi vengono condannati, passano un weekend al carcere poi vanno
al Billionaire a cantare;
è un paese dove molti vip vendono corpo e anima per il successo,
tirano coca manco fossero aspirapolvere, vengono indagati, condannati
e poi sono più famosi di prima;
è un paese dove non sentiremo mai nessuno dire “sì, sono stato io,
lo ammetto
”, piuttosto che “io non c’entro”, “sono vittima
di un complotto
”, “sono stato frainteso e strumentalizzato”,
dove basta qualche apparizione in TV per purificare la propria immagine;
è un paese dove le forze dell’ordine sono impotenti di fronte al caos
delle nostre città, e se fanno finta di niente in fondo un po’ li capisco;
è un paese dove se muore ammazzato un negoziante durante una rapina
il magistrato dice a riguardo degli assassini “bisogna reinserirli
nella società
”, quando poi però un negoziante uccide un delinquente
per autodifesa passa le pene dell’inferno, e tutti spinti da nauseabondo buonismo dicono che “la vita è sacra”, e spregevoli giornalisti nei titoli
di apertura del TG parlano di “tragedia”;
è un paese dove nelle scuole accade ormai di tutto, e genitori falliti difendono ad oltranza i figli che invece avrebbero bisogno
di sprangate sui denti;
è un paese dove una cosa buona, un esempio positivo non viene MAI messo in risalto, perché le notizie che fanno ascolto sono altre;
è un paese insomma pieno di contraddizioni, dove non esistono chiari punti di riferimento.


Questa è un riflessione seria, una riflessione che nasce dopo avere visto
un film (per la verità una fiction, ma non fa molta differenza),
e secondo me è una cosa bellissima, perché significa che il film,
oltre ad avere raccontato una storia, ci ha portato a riflettere.
Non solo intrattenere, ma fare pensare.


Magari sono andato un po’ fuori tema, ma ogni tanto mi piace sfruttare
gli "assist" che mi servono le trame dei film che recensisco per discutere
di attualità.


Secondo voi i ragazzi che decideranno di intraprende la via del crimine
lo faranno spinti da questa fiction? Suvvia, non diciamo banalità.


Attenzione poi a dire che la figura di Riina è da prendere ad esempio! Secondo voi la sua è una vita libera?
E’ quella la libertà? O forse si trova solamente
in una prigione più grande? Credete che decidere
di spezzare una o più vite umane sia così facile?
Credete sia così facile raggiungere il potere e rimanere
in alto, scontrandosi con la legge, con altri criminali simili, e “durare”?


Per favore, non credo che un ragazzino
che ha visto la fiction pensi seriamente “diventerò come lui”. Certo, il fascino di queste persone è magnetico, non neghiamolo.
Ma da qui a dire che una fiction può produrre
potenziali criminali, ce ne passa.


Mi sembra giusto concludere questa mia (polemica) recensione sottolineando ancora una volta la bontà del prodotto, un esempio secondo me di buona TV. Queste fiction a mio modesto parere fanno solo bene, rinfrescarsi la memoria non fa mai male.


PS: domenica e lunedì è andato in onda il "sequel", L'Ultimo Padrino, dove il protagonista è Bernardo Provenzano (interpretato da Michele Placido). Mi dispiace ma purtroppo causa influenza me la sono persa.



Voto Finale: 10 (d’incoraggiamento)



Scheda dell'IMDb


6 commenti:

past@gmail.com ha detto...

"dove basta qualche apparizione in TV per purificare la propria immagine" tu dici. Che te ne pare di una serie di 6 telefilm alle 21.00 sul maggior network televisivo privato nazionale? Una glorificazione + che una pulizia per un criminale agli occhi disincantati di chi sta' creando una sua personalita', come appunto i nostri giovani.

Marco300 ha detto...

Ciao e benvenuto nel mio blog.

Rispetto la tua opinione, ma non la condivido.

Quando parlavo di “persone che con qualche apparizione in tv purificano la loro immagine” forse mi riferivo ai pagliacci di “Vallettopoli”, se non ricordo male, la recensione l’ho scritta un po’ di tempo fa. Comunque sottoscriverei le mie parole.

Se hai notato pure io nella recensione mi sono posto il tuo stesso dubbio: questa fiction è utile o dannosa? Secondo me la verità sta nel mezzo delle nostre due diverse e opposte vedute: l’effetto di questa fiction dipende dallo spettatore, dalla sua maturità.
E' la stessa domanda che mi pongo quando guardo un film horror particolarmente violento.

Tu parli di "chi si sta creando una personalità". Hai ragione, sono quelli gli spettatori più a rischio. E' un bene, x come la vedo io, e penso che sarai d'accordo, che seguano questa fiction con i loro genitori.

Però non sono assolutamente d’accordo sul fatto che sia una glorificazione dei mafiosi, questo no. Ragionando così pure grandi film come Il Padrino, Scarface tanto x fare qualche nome verrebbero catalogati come esempi negativi da seguire. Io non la vedo assolutamente così.

Questi film, questa fiction, sono racconti di vita. Trovo giusto portare sullo schermo soprattutto esempi di vita positivi, ma penso sia pure utile raccontare l’esistenza di questi personaggi negativi.

Certo, Il Capo dei Capi getta sale su ferite ancora non rimarginate, però mi sembra comunque un utile ripasso di un capitolo tragico della storia del nostro Paese. A me la figura di Riina e dei suoi compari non è sembrata mitizzata.

Certo, purtroppo ho sentito di qualche fan club della mafia su Facebook, di ragazzi e ragazze che hanno eletto queste persone a loro idoli… ma la mamma degli idioti è sempre incinta.

Ciao, torna a trovarmi!

Anonimo ha detto...

tre falsi storici e giudiziari:

-la connivenza della Chiesa e della DC:singoli che hanno sbagliato
-l'insistenza nelle scene e parole sul presidente Andreotti:assolto
-la riduzione della mafia a sparatorie tra deliquenti:la mafia e' altro.

un film molto superficiale e deludente

Marco300 ha detto...

Bentornato (o benvenuto?).

A quanto pare non ti è piaciuto. Libero di esprimere la tua opinione, ci mancherebbe. E' molto probabile che tu abbia pure qualche buon motivo per criticare, del resto, lo ammetto molto onestamente, non sono sufficientemente informato sull'attendibilità della fiction. Ben vengano dunque le tue osservazioni critiche ad arricchire la mia recensione.

Per "salvarmi in corner" voglio dire una cosa: penso che questo prodotto, come i film ispirati a fatti e vicende accaduti, o che ne so, i film ispirati a libri, fumetti e così via possano invogliare lo spettatore a informarsi.
Un pò come quando Benigni ha letto in tv la Divina Commedia, e c'è stato un boom di vendite dell'opera di Dante (ma chi l'avrà letta poi?).
Magari dico una cazzata, però in fin dei conti possono essere uno stimolo a informarsi, a cercare di conoscere qualcosa di più sulla storia del nostro Paese.

Quindi questo prodotto, con i pregi e i suoi difetti, non dovrebbe essere un punto di arrivo, ma di partenza... più facile a dirsi che a farsi, me ne rendo conto.


PS: mi è capitato di rivedere una puntata. Devo ammettere che il livello di violenza è notevole x un prodotto destinato alla prima serata... la prima visione non mi aveva impressionato così tanto.

Ivan ha detto...

Complimenti per la recensione, concordo praticamente su tutto. E' raro vedere una fiction mediasettiana ben fatta.

Anonimo ha detto...

Caponnetto è morto dì vecchiaia.