Google

Benvenuti
nel mio blog.

Se le mie recensioni vi sono state utili, se vi sono piaciute,
se non siete d'accordo, lasciate un segno del vostro passaggio.
E' gratuito e libero.

Per una corretta visualizzazione dei contenuti, è consigliabile utilizzare Mozilla Firefox come browser, e scegliere l'opzione Visualizza-> A tutto schermo.

Grazie.


venerdì 29 febbraio 2008

Recensione: Masters of Horror - Sick Girl (Lucky McKee)



Genere: horror
(poco splatter)

Regista: Lucky McKee


Stati Uniti 2006



L’entomologa Ida conosce una ragazza, Misty,
e si innamora di lei.
La relazione tra le due donne verrà però turbata da… un insetto.






Dicono che Lucky McKee sia un regista interessante.
Lo diceva soprattutto la rivista Horror Mania, sottolineando la qualità dei suoi precedenti lavori, Il mistero del bosco (omaggio a Suspiria)
e (soprattutto) May. Io non li ho visti, tra l’altro se non era per la rivista avrei ignorato l’esistenza di questo regista… per fortuna mi è capitato
di vedere questo episodio e di farmi un’idea.




Il responso è positivo, l’episodio mi è piaciuto.


Attenzione, mi sembra doveroso avvisarvi, non è propriamente un horror, quasi una commedia drammatica, solo il finale (pochi minuti davvero)
si può definire orrorifico.
Cosa abbia in comune questo SG con gli episodi-capolavori di Carpenter, Coscarelli, Gordon e Miike francamente non lo so dire.


Durante la visione dell’episodio il mio cervello mi dava segnali del tipo
ho già visto qualcosa di simile”… rimuginando un po’ mi è venuto
in mente un film bellissimo, al quale tutti (e sottolineo tutti)
gli appassionati dell’horror sono affezionati, Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis.
Credo che come nel capolavoro citato poc’anzi in questo SG
il punto di forza siano i protagonisti, ovvero le due ragazze, per le quali
lo spettatore è portato a nutrire simpatia.


Ida è una studiosa di insetti,
piuttosto insicura, e la sua vita sentimentale è alquanto instabile
e tormentata (le sue partner fuggono spaventate dalle simpatiche bestiole che tiene con sé in casa);
Misty è una ragazza un po’ bizzarra, anche lei timida, insicura e sognatrice (ma esistono ancora ragazze così?), e tra le due scatta inevitabilmente
la scintilla.


Le cose procedono per il meglio,
solo che… Ida ha ricevuto un pacco misterioso, contenente un insetto sconosciuto: questa bestiaccia,
molto intelligente e aggressiva,
fugge e riesce a pungere la sfortunata Misty… la situazione precipita.
La loro relazione verrà sconvolta.


L’episodio si ricorda di esser un horror solo nel finale, con una sequenza splatter a mio avviso spettacolare.




Il punto di forza è, ripeto, la relazione tra le due donne, e va dato atto
al regista di avere azzeccato le attrici protagoniste: Ida è interpretata
da Angela Bettis, la musa ispiratrice di McKee (dicono che la sua interpretazione in May sia notevole), Misty da Erin Brown
(pare famosa attrice porno), perfetta nel ruolo di una ragazza
della quale è impossibile non innamorarsi.




L’episodio scorre via veloce, un po’ commedia,
un po’ dramma, con una bella
(e dannatamente sfortunata) storia d’amore
che si scontra con ignoranti pregiudizi sull'omosessualità e che finisce… non ve lo dico,
ma il finale, seppure grottesco, lascia un sorriso.


Conclusa la visione posso dichiararmi soddisfatto
di questo episodio, perché quasi tutto funziona.


Non sarà granché horror, ma piace.



Voto Finale: 8



Scheda dell'IMDb


Masters of Horror: il sito ufficiale della serie


mercoledì 20 febbraio 2008

Dragon ball Z Budokai Tenkaichi 2: una figata pazzesca



Premessa doverosa: più volte ho denunciato su questo blog
la pessima abitudine di alcuni utenti dei siti di cinema.
Si iscrivono, vanno a vedere un film e poi come commento
lasciano “
bellissimo” oppure “fa schifo”, punto.
L’utilità di questi commenti, ovvio, e pressoché nulla.
Io, nel recensire questo gioco, ho avuto davvero la tentazione
di “cadere nel peccato”.
Scrivere “
questo gioco è una figata pazzesca” e tanti saluti a tutti.
Sarei comunque onesto, perché in fondo vi direi la verità.
Ma non sarebbe da me…


Con 100 post alle spalle la stragrande maggioranza dedicati a recensioni
di cinema, ho per la prima volta la possibilità di recensire un videogioco.
La mia competenze tecniche sono quel che sono, ma non sono certamente l’ultimo della classe (il post precedente lo conferma), anche se è l’unico gioco per
PS2 che possiedo.
Ecco il trailer.






Come capita spesso mi piace partire “da lontano”… spero di non annoiarvi e che abbiate voglia di seguirmi.


Era una vita che aspettavo un videogioco decente di Dragon Ball per PC.
In verità sto aspettando ancora…
Mi sono illuso due volte, ed il risveglio è stato brusco.


Prima il MUGEN. Cos’è?
Diciamo che era (non so se esiste più, anzi forse c’è ancora ma non è stato più aggiornato) un programmino semplice semplice, una sorta
di videogioco fai-da-te: bastava scaricare il programma, gratuito,
e inserire personaggi, sfondi e musiche a nostro piacimento.
Nel mio
Dragon Ball MUGEN c’erano almeno una sessantina
di personaggi, ma il divertimento era scarsissimo.
In fondo era come giocare a
Street Fighter. Poi i personaggi, scaricati
da diversi siti, erano differenti, nelle dimensioni e nella forza:
poteva capitare che un Mr. Satan mettesse in difficoltà Goku SSJ4!






La più grande illusione si chiama
Bid For Power.
Si trattava di un MOD per
Quake 3, una sorta di estensione.
L’idea era quella di creare un bel videogioco per
Dragon Ball,
peccato però che il progetto sia naufragato troppo presto.
Anche in
BFP era possibile inserire personaggi a piacimento,
scaricando i modelli da diversi siti; purtroppo però devo dire con molta sincerità che la giocabilità era scarsa. La grafica era buona,
ma il divertimento terra-terra. Questo perché la velocità supersonica
dei nemici controllati dal computer impediva al mio personaggio
di avvicinarsi; dovevo nascondermi e ogni tanto lanciare qualche attacco energetico sperando di centrare la mira.





Sinceramente a me i picchiaduro non piacciono neanche un pò.
Li trovo ripetitivi.
E
DBZ: Budokai Tenkaichi 2 è principalmente un picchiaduro.
Una meravigliosa divina sublime eccezione (che conferma la regola? boh).


Come ho scoperto questo gioco? Diciamo che ho navigato parecchio
nei negozi on-line alla ricerca di qualche videogioco su
Dragon Ball
che non fosse prettamente picchiaduro.


Nell’autunno 2006 nella recensione di questo gioco per la prima volta appariva la sigla GDR (o RPG fate un po’ come volete, ma io preferisco
la sigla “italiana”). Non un vero e proprio GDR, ma un picchiaduro
con una spruzzata di GDR.
In effetti un gioco di
Dragon Ball che si riferisce al cartone non potrà mai essere un vero e proprio gioco di ruolo, perché lo svolgimento
delle avventure mette dei seri limiti alla libertà di azione.
Penso invece sia possibilissimo creare un gioco di ruolo a condizione però che cominci… dalla fine, ovvero qualche annetto dopo
Dragon Ball GT. Non sarebbe una brutta idea. Forse in Asia è già uscito qualcosa
del genere on-line.


Il gioco, parlo della fine del 2006, se non ricordo male costava
una cinquantina di euro, per non parlare della
Playstation 2
(doveva ancora uscire il terzo modello).
Poi, sapete com’è, una spesa tira l’altra e non mi sentivo di fare un acquisto così "gravoso" (lo ritenevo una “scommessa”).


A volte però basta una stupidata, uno sciocco capriccio…
vi spiego come è andata.
Vi avevo già raccontato in un precedente post la mia simpatia
verso il cartone di
Dragon Ball. A metà dicembre è stata trasmessa l’ultima puntata di Dragon Ball GT. La nostalgia ha preso il sopravvento. Sentivo come una mancanza… avrei potuto comprare cofanetti
con le puntate, ma quando avrei potuto rivederle tutte?… poi mi è venuto
in mente questo gioco, e ho fatto un giretto sulla rete.


Il prezzo della Playstation 2 era è più che abbordabile, 125€
(anche se mi è giunta voce di offerte a 99€), per quanto riguardava il gioco era in uscita il terzo capitolo,
DBZ: Budokai Tenkaichi 3.
L’edizione da collezionista costava 70€. Sinceramente spendere 200 euri
mi dispiaceva un po’, perché ritenevo questo acquisto una scommessa, un’operazione nostalgia, dal dubbio successo.
Però ne avevo una voglia matta…






Nelle recensioni del terzo episodio in uscita (è uscito nelle vacanze
di Natale) si sottolineavano le somiglianze con il secondo
(che nella maggior parte delle recensioni addirittura era indicato
come il migliore della trilogia), quindi ho fatto un giro nei siti e,
incredibile ma vero, non ci crederete, NON HO TROVATO UN SOLO COMMENTO NEGATIVO da parte di chi l’ha giocato.
La cosa mi ha sorpreso, perché se andate su un qualsiasi sito di cinema troverete commenti negativi (pochissimi intendiamoci)
persino sui capolavori del cinema, mentre questo gioco
è stato promosso da tutti.
All’unanimità.
Allora mi sono detto: devo cacciare ‘sti soldi e farmi un bel regalo.
PS2 compresa, ovvio.


Soldi spesi BENE. Il mio pollice non sarà d’accordo (non sono abituato
al joystick), ma questo è davvero un gran gioco.


Dopo tante parole quindi arriviamo alla recensione.


Ancora una cosa, prima di iniziare.
Valutiamo secondo una logica di mercato (sono pur sempre
un economista…) questo prodotto.
Ci sono i prodotti (film, libri, videogiochi, dischi, ma il discorso
si può estendere, ma non mi sembra il caso) fatti per vendere.
La qualità del prodotto non interessa a chi produce, o comunque interessa meno, l’importante è vendere, e tanto.
Ci sono invece i prodotti fatti con il cuore, con passione,
con cura maniacale, destinati a regalare emozioni a chi ne usufruisce.
Budokai Tenkaichi 2 è il punto d’incontro tra queste due filosofie.
Non nascondiamocelo, questo gioco è stato una gallina dalle uova d’oro.
Il marchio
Dragon Ball è sinonimo di “soldi a valanga”.
Sapete cosa vi dico? Che sono strafelice che i miei soldini siano finiti
nelle tasche di quei signori. Perché il gioco è fatto davvero bene.
Con cura, con passione.






Ci sarà pure qualche difettuccio (manca qualche personaggio),
ma il gioco merita assolutamente
tutti i complimenti e gli elogi
che ho letto nella mia ricerca
di mercato sui siti web.
Perché? Forse perché questo non è
un videogioco di
Dragon Ball,
bensì
è Dragon Ball
sembrerà strano quello che ho detto poc’anzi, mi spiego meglio: è davvero possibile rivivere le emozioni
del cartone grazie a questo gioco.
E ve lo dice uno che ODIA (vabbè, ho un po’ esagerato, diciamo
che li ignoro, ma voglio rendere bene l’idea) i picchiaduro.






Vediamo qualche caratteristica.


Non vi sto a parlare di processori, caratteristiche tecniche, hardware,
ci capisco sinceramente poco.


Parliamo innanzitutto della grafica. Secondo me ottima.
Qualche criticuccia è stata mossa
nei confronti dei paesaggi:
dicono siano poco curati.
Mah… sinceramente non è che
nel cartone siano meglio…
ma del resto hanno poca importanza.
Quello che conta è che siano sufficientemente vasti, collegati
alla storia (la casa del Genio delle Tartarughe, il pianeta Namec,
il ring del Cell Game, il Palazzo del Supremo, La Capsule Corp.
tanto per fare qualche nome) e, cosa davvero divertente,
sono interamente distruttibili! Le onde energetiche lasceranno il segno
sul terreno e sugli edifici. Con le mosse più potenti si può radere al suolo
parte di città.


Veniamo subito al punto clou
della recensione: i combattimenti.
Non facili. All’inizio, però.
Ecco il bello del gioco,
uno dei fattori che contribuisce
ad avvicinarlo al cartone.
Come nel cartone i nostri eroi preferiti si devono allenare per essere all’altezza dei numerosi e sempre più forti nemici, così anche noi giocatori dovremo fare un po’ di pratica per tenere testa al giocatore controllato dalla console.
La quantità di mosse è infinita.


Nel menu della sezione Evoluzione Z possiamo selezionare un personaggio
e decidere 4/5/6/7 (dipende) attributi (velocità, aura, salute,…) da migliorare. Come? Con l’allenamento, ovvio.
In questo modo si può “evadere”
dai vincoli imposti dal gioco
e dal cartone, e personalizzare anche
i combattenti più deboli, e fare sì
che possano combattere ad armi pari
con i più forti (ma comunque non è così facile come vi ho appena detto, credetemi, perchè alcuni attacchi energetici sono devastanti
e ridurrebbero Mr. Satan in poltiglia in un baleno).


Per quanto riguarda i personaggi… all’inizio sembrerebbero pochi,
ma la maggior parte è da “sbloccare”. All’inizio ci sono 25 (più o meno) personaggi selezionabili.
Quelli segreti (e le varie trasformazioni) vanno scoperti
e sbloccati durante
l’“
Avventura del Drago”. Come? Battendoli, ovvio! Questo è un altro fattore che allunga la longevità di questo prodotto: penso che riuscire
a ottenere tutti i personaggi sia una soddisfazione immensa.
E io ci sono vicino.
Se siete curiosi li trovate tutti nel video seguente.






L’“
Avventura del Drago”, appunto.
E’ il nucleo centrale di questo gioco.
Lo scopo è semplice: rivivere tutta
le saghe di
Dragon Ball
(Sayan, Freezer, Cyborgs, Cell, Majin Bu, Baby, Super C17, Draghi Malvagi) più gli
OAV, ovvero i film (che non ho visto ma mi sto procurando sul mulo, soprattutto sono curioso di conoscere nuovi nemici tipo Broli, Janemba, Cooler), vestendo i panni dei nostri amici protagonisti.
Un’avventura molto lunga. Avremo la possibilità di trovare
le Sfere del Drago ed esprimere i nostri desideri (oggetti rari).
Ai fini di un’avventura tranquilla senza prendere troppe legnate
è necessario disporre di personaggi adeguatamente allenati.
Bisogna conquistarsi la vittoria con l’allenamento duro. Per fare questo partecipiamo alle Torri di Karin, (modalità “
Battaglia Z Suprema”).


Di cosa si tratta? Semplice.
Si tratta di 15 torri (nel senso che si va in ordine di difficoltà, dall’avversario più debole al più forte),
ognuna raggruppa una categoria
(i Sayan, la Squadra Ginew, i Bambini,
i Cyborgs, i nemici degli
OAV,
i primi “nemici” tipo Yamcha e Crili tanto per farvi un’idea).
Selezioniamo il personaggio,
scegliamo quali attributi migliorare (velocità, attacco, difesa, colpo energetico, livello di salute, di aura) e… pronti a combattere!
Non tutte le torri sono giocabili immediatamente. Dobbiamo vincerne una
per sbloccare la successiva.


Ma l’Avventura del Drago
e la Battaglia Z
Suprema non sono
le uniche modalità di gioco.
Non può mancare la modalità
Torneo. Tre tipi di tornei; per la precisione:
il classico
Torneo Tenkaichi
(quello dove è vietato toccare per terra pena la sconfitta), il
Torneo di Cell
e il
Torneo di Arti Marziali
(l’avversario finale è Mr. Satan…
però causa mal di pancia si ritira!): in questi ultimi l’imperativo è vincere.
I livelli di difficoltà dei tornei sono quattro (nell’
Avventura del Drago
e nelle Torri di Karin invece sono tre).


Voglio dire a chi pensa “ma ce la farò con i comandi?” che con un po’
di allenamento il gioco è alla portata di tutti. Se lo dico io potete credermi.


Mi auguro che dopo questa appassionata recensione i fans
di
Dragon Ball possessori di Playstation 2/3 e ignari dell’esistenza
di questo gioco (e del suo sequel) provvedano immediatamente,
per il loro bene, a recuperarlo.






Non vi ho detto della bellezza delle trasformazioni…
non vi ho detto delle sorprese che si possono avere
durante i combattimenti…
non vi ho detto della spettacolarità di alcuni attacchi energetici…
non vi ho parlato dell'
Enciclopedia del Drago
... ma siete ancora qui a leggere? Andate di corsa a recuperare
questo gioco!!! Anzi, già che ci siete, compratevi anche il
terzo capitolo,
che comprende un’enormità di personaggi, ed è ancora più spettacolare (anche se l’
Avventura del Drago è molto più breve).



BUON DIVERTIMENTO


martedì 19 febbraio 2008

I miei videogiochi preferiti


Basta con le cupe riflessioni psicologiche-sociologiche!
Parliamo un pò dei miei videogiochi preferiti.


In fondo non so se definirmi o meno un videogiocatore accanito.
Pochi giochi mi appassionano: i GDR/RPG (giochi di ruolo),
qualche strategico e i manageriali di calcio.
Però se riescono a coinvolgermi…


In principio furono: PC Calcio, Commandos, Warcraft 2
e
Vampire: The Masquerade - Redemption.
Parliamo dei primi anni delle superiori.


Il primo è stato Warcraft 2.






Un bel gioco, che ricordo con affetto. Uno strategico, basato sulla guerra tra uomini e orchi. Interessanti filmati introducevano ogni missione,
la grafica era vivace e colorata, quasi da cartone.
Ho completato le due campagne (si poteva scegliere a quale schieramento appartenere), giocandoci un bel po’ di orette. Divertimento genuino.






Ho comprato anche il terzo capitolo e la relativa espansione,
ma l’ho giocato poco, non sono arrivato nemmeno a metà,
sinceramente malgrado interessanti novità non è riuscito a coinvolgermi
come il precedente.






Poi è stata la volta di
PC Calcio. Un manageriale. Semplice semplice,
direi ora. Ma non conoscevo ancora
Scudetto. E perciò per me
PC Calcio
rappresentava il meglio in circolazione.
Devo dire che il fantacalcio e
PC Calcio mi hanno avvicinato al mondo del pallone, che fino a quel momento era uno sport che non seguivo molto.






Obiettivamente vincere a
PC Calcio era molto facile.
I campioni accettavano di trasferirsi in squadre di serie B o C,
tanto non c’era limite agli ingaggi.
Le schede dei calciatori mostravano le caratteristiche tecniche, fisiche
e psicologiche dell’atleta, con valori che andavano da 1 a 99.
Di questi valori veniva fatta una media e così il problema era presto risolto: bastava acquistare e mettere in campo undici giocatori
con media uguale o superiore a 80 e il gioco era fatto.
Ma
Scudetto è un altro mondo. Comunque ripenso a PC Calcio
(avrò acquistato 4/5 edizioni prima di passare a
Scudetto)
con molto affetto e simpatia.






Altro grande titolo è stato
Commandos. Un gioco strategico sulla guerra.
Durante il primo anno delle superiori avevamo fatto un salto allo SMAU
di Milano, la fiera della tecnologia. Siamo venuti a casa con gli zaini
stracolmi di CD e riviste, tra queste una spiccava su tutte
per la qualità e la quantità delle pagine:
TGM, The Game Machine.
Tra le varie recensioni risaltava quella di un gioco di guerra un po’ atipico,
un titolo di elevata qualità:
Commandos.






Combinazione il gioco era in vetrina nel negozio dove ho acquistato
il mio primo PC: non ci ho pensato due volte e ho sborsato 120.000 £. Soldi spesi con un po’ di incoscienza, perché allora non avevo
molte conoscenze circa la compatibilità dei giochi con il PC
(sto parlando dei requisiti hardware, tipo scheda video, memoria),
e il rischio che il gioco non funzionasse non mi balenava nella mente.
Fortunatamente pur trattandosi di un titolo molto importante
per l’epoca (‘98), i requisiti erano terra-terra e ho potuto giocarci
tranquillamente. Altre ore spese bene.





A disposizione del giocatore c’erano (se la memoria non mi frega)
poche unità, ognuna con caratteristiche specifiche: il berretto verde,
forte e robusto, il cecchino, la spia (che poteva camuffarsi nei panni
dei nemici), il pilota, il geniere (lo specialista in esplosivi), il marine.
Spero di non essermi dimenticato nessuno. Lo scopo era portare a termine diverse missioni (una trentina in tutto), portando sempre a casa la pelle. Solo per l’ultima missione erano disponibili tutte le unità.
I nemici da combattere? I nazisti. Il gioco era ambientato durante
la seconda guerra mondiale e, seguendo con fedeltà gli eventi storici,
era diviso in campagne: dal nord Europa (Russia, Norvegia),
nel cuore del Reich, in Normandia durante lo sbarco,
in Belgio, in Africa.






La qualità del gioco stava principalmente nella cura che il giocatore doveva riservare ai movimenti del proprio personaggio:
nulla veniva lasciato al caso. La tensione si tagliava con il coltello;
ogni mossa era studiata con attenzione e lucidità, sperando
che quella truppa di nazisti non si accorgesse della nostra presenza.
Un gioco molto difficile. Arrivato a due terzi ho mollato.
Non trovavo via d’uscita a una missione, mi sembrava francamente impossibile. Dopo qualche mese, fresco di connessione a Internet,
ho cercato la soluzione sul web. Ma una soluzione vera non c’era:
dovevo solo avere pazienza. Molta pazienza. E una precisione chirurgica. Alla fine ce l’ho fatta e l’ho finito.
Una vittoria che mi ha dato davvero soddisfazione.






Ho pure comprato i due seguiti di
Commandos, tecnicamente (ovvio) superiori al primo. Titoli molto validi. Forse un po’ brevi
rispetto all’originale, e pure un poco più facili, ma assolutamente validi
e divertenti. Anche se le sensazioni del primo sono inarrivabili.


Ultimo ricordo delle superiori è Vampire: The Masquerade - Redemption.


Un amico appassionato di informatica mi aveva regalato un gioco misto: un po’ azione e un po’ gioco di ruolo. Si chiamava
Vampire: The Masquerade - Redemption
. Grande gioco.






Mi ricordo come se fossi oggi, erano pochi giorni prima di partire
per la gita di Parigi, quarta ragioneria. In quei giorni alla TV trasmettevano gli ultimi episodi della saga di Majin Bu, e io ero disperato perché proprio durante la gita il demone cattivo veniva sconfitto.
Il videoregistratore salvò il mio equilibrio psicologico.
Quando tornai dalla gita guardai immediatamente le puntate perse
e finita la visione mi misi all’opera con questo splendido videogioco.






Il tema principale (si può capire dal titolo) era il vampirismo.
Alla base del gioco c’era una storia d’amore tormentata (e non potrebbe essere altrimenti) tra un crociato e una suora, Cristophe e Anetzka.
Lei era il bersaglio di una setta di vampiri, lui cercava di proteggerla.
Non riuscì nell’intento: entrambi furono trasformati in vampiri,
ma ciò non impedì loro, dopo migliaia di peripezie, di ricongiungersi
e vivere finalmente insieme. Per sempre.
Il gioco era ambientato in quattro città, due nel passato
(ai tempi delle crociate) e due nel futuro: mi piace ricordare le prime due ambientazioni: Praga e Vienna. Troooppo affascinanti.
La miniera, il monastero dei cappadociani, la cattedrale
sono ambientazioni che mi sono rimaste impresse nella memoria.
Secondo me la somma vampiro + città dell’Europa dell’Est + medioevo/crociate = capolavoro. Troppo emozionante questa miscela.






E quindi veniamo all’università.


I primi due giochi che mi vengono in mente sono Scudetto
e
Morrowind.


Scudetto me l’hanno consigliato i miei “colleghi”, anche loro
“drogati” di calcio.






Devo dire che la qualità del gioco si attesta su valori altissimi.
La società che produceva il gioco qualche anno fa poi si è divisa, ed è nato
Football Manager, titolo sostanzialmente identico al precedente.
Scudetto/Football Manager, chiamatelo come volete,
esaudisce il desiderio di qualsiasi appassionato di calcio: allenare.
Il livello di realismo si attesta su valori molto alti. Certo, dopo qualche anno (diciamo circa 10 anni), anche le piccole-medie squadre
possono competere per lo scudetto, però la soddisfazione che dà
questo gioco è inappagabile.
A me piace partire dal basso, dalla C2, e tentare la scalata.
Purtroppo quando si arriva in alto (ci vogliono con un po’ di fortuna minimo 4/5 anni) certi grandi giocatori sono a fine carriera
(tipo Ibrahimovic, Totti, Trezeguet, ) o peggio ancora ritirati
(Inzaghi, Delpiero), ma incominciare subito dalla serie A
non dà alcuna soddisfazione. Gli appassionati di questo gioco sono sicuro
saranno d’accordo con me.
E’ un gioco che crea dipendenza, davvero. La mia ultima partita seria
a
FM06 (FM07 l’ho giocato molto poco, e FM08 devo ancora procurarmelo) sono arrivato fino alla stagione 2065… roba da pazzi.
E’ un gioco che richiede molta attenzione e cura ai particolari:
non si acquista un giocatore “tanto per”… l’allenatore (cioè io)
deve verificare le caratteristiche di quest’ultimo, e verificare se sono utili al gioco della squadra. Io gioco quasi sempre con il 442,
con qualche variante sulle fasce: a volte prediligo gli esterni, a volte invece schiero due trequartisti con la facoltà di muoversi liberamente.
Prediligo difensori veloci, terzini offensivi e centrocampisti di qualità.
Preferisco vincere 5 a 4 piuttosto che 1 a 0.
Nell’ultima partita avevo aperto un ciclo all’Arsenal fantastico,
vincendo tutto. Ho vinto il mondiale con il Brasile, con l’Argentina,
con l’Eire (!). Le formazioni delle varie squadre che ho allenato
me le ricordo a tratti ancora adesso, così come mi sono affezionato
a diversi giocatori (inventati perché come vi ho detto prima
dopo qualche anno c’è un “ricambio generazionale” e il computer “inventa” dei giocatori). Questo, sono sicuro, capita anche agli altri appassionati
del gioco.


E poi veniamo a Morrowind… questo titolo è la conferma dell’importanza dell’istinto umano che in alcune situazioni
supera la ragione. Non avete capito che cosa ho detto? Sì, avete ragione. Mi spiego meglio.
Sfogliando le pagine della rivista
TGM che sempre quel mio amico
di
Vampires mi aveva prestato ho visto la pubblicità di questo gioco: erano appena due pagine, poche immagini, due righe di commento, eppure… non lo so, ma il mio istinto è stato subito quello di ordinare
il gioco. Così, all’improvviso, d’impulso, l’ho ordinato, senza informarmi
sui requisiti hardware del gioco. Fortunatamente il gioco girava sul mio PC (settando delle impostazioni qualitativamente basse, ma a me della grafica sinceramente non me ne importa un bel niente).






Quante ore. Che avventure. Un gioco incredibile. Troppo vasto.
Troppo in tutto. Secondo me un grandissimo GDR. Epico. Leggendario. Quante volte l’ho ricominciato daccapo senza mai annoiarmi.
Perché il mondo di
Morrowind era così vasto che penso persino
i creatori del gioco si fossero trovati in “difficoltà” a definire
una mappa completa.
Enorme.
La musica poi… il motivetto dolce ed armonioso che accompagnava
le mille avventure del nostro protagonista… indimenticabile.






Dopo aver giocato a un titolo del genere si ha l’impressione
(per chi ha ancora voglia di volare con la fantasia) di essere stati davvero in quei luoghi. Mi basta andare su un forum di
Morrowind e leggere migliaia di post nostalgici… non si può dimenticare la città di Balmora,
la prima vera città che incontriamo nel nostro cammino, o la città di Vivec, vasta ed incasinata (perché i quartieri erano tutti uguali, e il rischio
di perdersi era molto alto malgrado la mappa), per non parlare delle città dell’Est, con i negozi costruiti in strani alberi, gli accampamenti delle tribù, della Montagna Rossa, dei tempi Daedra, dove si potevano trovare
grossi tesori (dovendo però affrontare creature molto forti), delle grotte
e caverne che nascondevano chissà quali tesori e misteri, delle miniere,
delle piantagioni a sud, dei villaggi nella costa Ovest costruiti
sulle palafitte…






Il bello di
Morrowind era il viaggio, non tanto la missione da compiere: potevi incontrare predoni, cacciatori, persone in difficoltà da aiutare, strani animali… mi ricordo una volta di avere incontrato un Orco,
un grande guerriero, che però si sentiva vecchio e inutile e voleva morire combattendo: decisi di esaudire il suo desiderio, ma dovetti fuggire
a gambe levate perché era troppo forte…
La libertà di
Morrowind era assoluta. Potevi seguire la missione principale. Potevi diventare un Guerriero, un Mago, un Ladro o tutt’e tre
le cose. Potevi servire le grandi Casate e diventare un abile commerciante. Potevi peregrinare e visitare i santuari dell’isola.
Oppure potevi lasciare perdere tutto e girare il mondo in cerca di tesori
e armature.






C’è un’esperienza che tutti o quasi i giocatori di
Morrowind
hanno vissuto. Quello che mi ha incuriosito e colpito è che questa avventura non ha alcun significato/utilità ai fini della storia,
nessuno ti chiede di fare qualcosa, ma la stragrande maggioranza
dei giocatori l’ha condivisa.
Al centro/sud dell’isola, sotto la Montagna Rossa, e vicino a un lago,
c’era un piantagione, se non ricordo male la Piantagione Dren.
Nel mondo di Morrowind esisteva lo schiavismo. Infatti qui almeno
una decina di strane creature (non mi ricordo il nome della loro razza,
forse Argoniani, mi ricordo che erano grandi lucertole)
lavoravano incatenate, tenute sotto scacco da oscuri signori che abitavano
dentro una villa. Il caso voleva che dentro questa villa ci fossero armature pregiate (dico poco: armature spettacolari!). Tutti i giocatori,
me compreso, hanno preso due piccioni con una fava: eliminando i signori della piantagione (persone molto scorbutiche, tra l’altro),
hanno saccheggiato la villa e ottenendo le chiavi hanno liberato
tutti gli schiavi.
Non penso si trattasse di un grave crimine: nel precedente post vi ho detto di non avere mai ucciso gratuitamente nessuno in nessun videogioco.
A mia discolpa dico che appena arrivato nella piantagione ho avvertito
la necessità di liberare quelli schiavi, e solo dopo ho saputo
delle armature… e poi il caloroso messaggio di ringraziamento
pronunciato da quelle creature una volta restituita loro la libertà
non aveva prezzo…


Tutto ciò vi sembrerà stupido e sciocco e infantile, però sono sicuro
che chi ha giocato a questo meraviglioso titolo possa capirmi
e sottoscrivere le mie parole: le sensazioni, le
emozioni che mi ha dato Morrowind penso non me le regalerà più nessun videogioco.


Incuriosito dai continui paragoni tra Morrowind e Gothic
ho deciso di procurami la trilogia di quest’ultimo.
Altro titolo validissimo. Però una leggera spanna sotto
Morrowind.






La saga di
Gothic si può definire un RPG d’avventura
d’ambientazione fantasy.
Nel primo episodio c’erano gli orchi, nel secondo i draghi
(e ancora gli orchi), nel terzo… boh, sinceramente l’ho comprato
più di un anno fa e non l’ho ancora installato… a questo tipo di gioco
voglio dedicare del tempo, e sinceramente ultimamente mi è mancato.
E penso sarà sempre peggio.





Gothic non concede la libertà di Morrowind, è più schematico.
Non vengono offerte al giocatore molte possibilità:
può essere un guerriero, un mago, un ribelle (se la memoria
non mi inganna), girare il mondo a casaccio non ha molto senso
perché il territorio non è molto vasto, non c’è altra via
che seguire la missione principale.






Tutto ciò non significa che sia un brutto gioco, anzi. Se a
Morrowind darei un 10 e lode, Gothic non potrebbe avere un voto inferiore all’8. Perché l’avventura è avvincente, e i vari personaggi e gli ambienti
sono azzeccatissimi.
In parole povere,
Gothic confronto a Morrowind è una sua miniatura… ma vale assolutamente la pena giocarlo.


E’ giusto dire qualcosa sui sequels di due giochi di cui vi ho parlato poc’anzi, Vampires: The masquerade - Redemption e Morrowind.


Il seguito del primo (Vampires: The Masquerade - Bloodlines)
l’ho giocato e l’ho trovato divertente, più completo rispetto al precedente titolo, in quanto al giocatore venivano lasciate molte più possibilità
di decisione circa il suo destino. Certo che il fascino delle ambientazioni dell’est Europa veniva a mancare, perché la vicenda è ambientata
negli Stati Uniti ai giorni nostri.






Purtroppo non l’ho finito, causa vari imprevisti: virus devastante nel PC, incombenza della tesi di laurea, acquisto di un nuovo PC.
Ero arrivato abbastanza vicino alla fine ma nisba.
Lo stesso mi è successo per
Gothic 2.
Forse il salvataggio è ancora nel vecchio PC, non lo so,
magari lo recupererò più avanti. Ma io sono dell’idea che un videogioco
va giocato con continuità, non un poco alla volta, altrimenti se ne perde l’essenza. Meglio quasi quasi ricominciare daccapo.


Il seguito di Morrowind, lo saprete tutti, si chiama Oblivion.
Ed è stato eletto gioco dell’anno 2006. Mica roba da poco…






Solo che quando l’ho comprato, nell’estate 2006 (mi è arrivato il giorno prima dell’importantissimo esame di Statistica), il mio computer non garantiva
le alte prestazioni richieste dal gioco… poi la scorsa primavera
ho cambiato il PC, ma non l’ho ancora iniziato.
Gran peccato.






Poi ci sono stati i videogiochi “sfigati”: definisco così quei giochi
che ho acquistato a tempo con capolavori quali
Morrowind,
i due Vampires e i vari Football Manager (verso i quali ho indirizzato tutta la mia attenzione): penso a Diablo 2, NBA Live 2003,
Grand Theft Auto 3, Il Signore degli Anelli - La Compagnia dell'Anello, Pro Evolution Soccer, Colin McRae Rally 2.
Li ho installati subito ma ci avrò giocato sì e no una decina di ore.


Una menzione va anche agli strategici Alexander e Age of Wonders 2, Spider Man 2 e l'unico sparatutto che mi sia davvero piaciuto,
Alien VS Predator 2.





Ricordo molto volentieri anche i videogiochi prima dell’avvento del PC: quei giochini elettronici che stavano in una mano, che si compravano persino in cartoleria; i videogiochi da bar,
Street Fighter su tutti;
poi è stata la volta delle prime console, penso al
Gamate
(credo poco conosciuto) e il
Game Gear, a colori (Mortal Kombat, Fifa World Cup 94, NBA Jam e Batman 2 i miei giochi preferiti);
poi è stata la volta
dell’Amiga, computer leggendario, regalatomi
dal mio vicino di casa, con una sfilza di titoli che hanno fatto la storia:
da
Sensibile Soccer a Syndicate a Secret of Monkey Island.
Peccato che ci abbia giocato poco perché nel giro di poco tempo
il PC ha spazzato via tutto.






Eh sì, ne ha fatti di passi la tecnologia.


Non mi aspetto applausi per l’affermazione precedente, ho detto
una delle frasi più banali e demagogiche del mondo, ma in fondo è così.
Penso che la mia generazione sia una di quelle che più ha convissuto
con i videogiochi, nei vari stadi della loro evoluzione.
Penso che un videogioco come un film come un libro come un CD musicale come un fumetto sia un modo come un altro per passare qualche ora serena, penso anche che tramite questi divertimenti si possa “bloccare”
il tempo, immagazzinarlo nei nostri ricordi; del resto questo lo dimostra
il fatto che scrivendo questo post io abbia saputo collocare nel tempo
questi videogiochi. Penso che questi passatempi acquisiscano maggiore importanza (forse i videogiochi un po’ meno, forse) superati gli anni dell’adolescenza, perché troppo spesso travolta dai ritmi frenetici
della
vita quotidiana la nostra capacità di immaginare e sognare
si assopisce: ben venga un film o un videogioco che per qualche ora
ci faccia tornare bambini.


Penso in fin dei conti che i videogiochi non possano fare male,
l’importante è che se ne faccia un uso consapevole e moderato
(ed io, mea culpa, ogni tanto mi sono lasciato andare, ma per
Morrowind e Football Manager mi si può giustificare…); rimangono una componete marginale nella nostra vita ma comunque hanno la loro importanza: lasciatemelo dire, menomale che esistono.


E, se conoscete il modo per tornare indietro nel tempo, aiutatemi a riavere quindici anni.